La faccia di Milano

I soliti turisti popolano piazza del Duomo la mattina. Una fila di studenti che si dirige verso l’università ed altra gente sparsa che cammina frettolosamente per raggiungere chi il posto di lavoro, chi la banca, chi la metro. E’ benestante Milano: corso Vittorio Emanuele è uno sfarzo unico con i suoi tavolini davanti ai quali sei passato mille volte e non ti sei mai fermato per la paura di chiedere anche solo un caffè in questi posti di lusso. E’ viva Milano: c’è sempre gente, ovunque. All’aperitivo le colonne di San Lorenzo sono piene di ragazzi che si incontrano per cacciare via i pensieri di una giornata intera fatta di preoccupazioni e troppe responsabilità. La sera i navigli uniscono e raccolgono la bella gente che vuole solo divertirsi e ridere in compagnia. E’ proprio bella Milano: questa Milano!

Ma Milano è troppo per fermarsi solo a questo, e allora ecco che è capace anche di superare sé stessa e senza mostrarsi vivere un’altra esistenza. La gente è sempre tanta, però fa le code in pieno giorno a Quarto Oggiaro per comprarsi la dose quotidiana di cocaina. La ‘Ndrangheta ha il monopolio assoluto e nel vecchio e malfamato quartiere del capoluogo ha soltanto le radici di un albero che si fa sempre più potente e maestoso e con i propri rami impone la propria ombra su tutta la provincia, ed oltre.
La neve non è solo un problema meteorologico, è un problema sociale. Con oltre 20mila cocainomani Milano rifornisce le casse della mafia fruttando milioni. Milioni che poi reinveste aggiudicandosi i migliori appalti e controllando completamente il mercato dell’edilizia. Barbaro-Papalia la cosca che controlla interi paesi come Corsico, Assago e Buccinasco. Ti sposti più a nord e la famiglia Condello si spartisce il territorio insieme ai Novella nel gestire le zone che vedranno ospite l’Expo2015. Non bastasse, i Coco-Trovato hanno consolidato la loro egemonia in nella nuova provincia di Monza e Brianza.

Stupefacenti, prostituzione e racket portano soldi, a volte anche troppi. Ed ecco che la mafia è costretta a ripulire il denaro sporco. Le intimidazioni e le estorsioni ai danni di imprenditori sembrano quasi storia antica. Oggi, a Milano, sono gli imprenditori a sfruttare la mafia per fare ancora più soldi. Rimane solo da trovare qualche perito di Tribunale compiacente, un amministratore comunale che chiude un occhio, qualche addetto al rilascio pratiche edilizie ed ecco che il piano è servito: riciclaggio, arricchimento e controllo del territorio assicurati.

Almeno una cosa è certa: a Milano non ci si ammazza, si va d’accordo. Il business prima di tutto è la parola d’ordine fra i boss. E allora si organizzano grandi cene dove Cosa Nostra, Camorra ed ‘Ndrangheta stringono sempre più alleanze per non pestarsi i piedi a vicenda. Poi magari capita che nello stesso periodo ci siano le elezioni, ed allora a cena perché non invitare qualche politico? Magari capita che ad organizzarla sia Salvatore Morabito, e che questa sia in onore di Alessandro Colucci, e che lo stesso Colucci divenga Consigliere Regionale; oppure che Giovanni Cinque, esponente degli Arena, si trovi in qualche modo a contatto Vincenzo Giudice, che casualmente è sia Consigliere Comunale che Presidente di una società partecipata dal capoluogo lombardo.
Ma a Milano, appunto, almeno non si ammazza. Non si ammazza finchè non riesci a ricollegare proprio quel corpo a quell’esatto avvenimento, risalendo a quella data causa per cui Giovanni Di Muro, ucciso in pieno centro in zona San Siro, muore ed era casualmente legato al boss Pepè Onorato.

Tutto questo, purtroppo, non è frutto di una doppia faccia. Milano di faccia ne ha una sola: quella buona che nasconde quella cattiva.

Massimo Brugnone

INFORMAZIONE E CRONACA GIUDIZIARIA

Locandina

Azienda legata ai boss nei lavori per l’Abruzzo

Fonte: http://www.corriere.it

Indagini sulla Igc di Gela, che ha ottenuto subappalti per la ricostruzione a Bazzano


Nel cantiere di Bazzano, in Abruzzo, l’impresa Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, ha effettuato lavori di ricostruzione post terremoto. Nelle foto, la fase delle tendopoli

ROMA — Sono quattro i centri della Dia che avevano segnalato «collegamenti tra la società e personaggi ricon­ducibili alla famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Rinzivil­lo ». Ma questo non ha impe­dito alla Igc, Impresa Genera­le Costruzioni di Gela, di otte­nere lavori per la ricostruzio­ne del dopo terremoto in Abruzzo, nel cantiere di Baz­zano. E adesso un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia consegnato alla procura dell’Aquila denuncia l’infiltrazione delle cosche, sollecitando nuovi accerta­menti per scoprire in che mo­do la ditta sia riuscita ad aggi­rare le norme e ottenere gli in­carichi. Verifiche che sono state estese anche alle altre commesse ottenute dall’im­presa siciliana: la nuova me­tropolitana «M5» di Milano, la Tav tratta Parma-Reggio Emilia e due gallerie dell’auto­strada Catania-Siracusa.


Il subappalto per i muri

Il sistema utilizzato non ap­pare neanche troppo sofistica­to visto che la Igc non ha par­tecipato alla gara principale, preferendo concentrarsi sui subappalti, come spesso acca­de quando le società sono ge­stite da persone che hanno precedenti penali specifici. Capofila per la costruzione delle nuove abitazioni a Baz­zano è la Edimal che si aggiu­dica lavori per 54.817 milioni di euro e affida alle ditte mi­nori opere per 21.754 milio­ni. Il 14 agosto l’azienda chie­de l’autorizzazione per delega­re alla Igc «l’esecuzione di la­vori specializzati di realizza­zione di muri di sostegno» per un totale di 159 mila e 300 euro. Il via libera dal Di­partimento della Protezione civile arriva l’11 settembre, ma nel frattempo la ditta ha già avviato l’attività, come è stato accertato dalla Dia.

«Il 9 settembre scorso, in ottemperanza ai due decreti firmati dal prefetto de L’Aqui­la — si legge nel rapporto tra­smesso ai magistrati — perso­nale procedeva all’’accesso’ presso il cantiere de L’Aquila – area C.a.s.e. (complessi anti­sismici sostenibili ecocompa­tibili) in località Bazzano. Si riscontrava che la ditta Igc, non presente al momento nel cantiere, aveva eseguito lavo­ri in subappalto nel predetto sito». Non solo. «Il controllo sulle maestranze della ditta — scrivono gli investigatori della Dia — faceva emergere che tra gli operai impegnati nei lavori sul cantiere, tredici avevano precedenti di poli­zia ». Esattamente la metà di quanti erano stati assunti.


L’operazione «Cobra»

Nell’elenco consegnato alla procura spiccano due nomi: Gianluca Ferrigno e Emanue­le Lombardo. Il primo, 29 an­ni, originario di Gela, «è il ni­pote di Angelo Bernascono, uomo di fiducia della fami­glia Rinzivillo, arrestato nel­l’ambito dell’operazione «Co­bra » del 2002 e attualmente collaboratore di giustizia. È stato assunto dalla ditta Igc con contratto a tempo inde­terminato e qualifica profes­sionale di assistente edile (ge­ometra) ». L’altro, 26 anni, an­che lui di Gela «è stato inda­gato dal tribunale dei minori di Caltanissetta per l’ipotesi di reato 416 bis. All’epoca dei fatti faceva parte dell’associa­zione mafiosa localmente de­nominata ‘Stidda’ unitamen­te ad altri. È stato assunto con contratto a tempo in­determinato e qualifica di muratore».

Più che i dipendenti, ad attirare l’attenzione della Dia e dunque a far partire l’indagine, sono stati però i curri­culum degli ammini­­stratori della ditta. Sono tre, tutti di Gela, e si so­no divisi il capitale in par­ti pressoché uguali: Ema­nuele Mondello, 50 anni, suo figlio Rocco e suo genero Nunzio Adesini. Il più anzia­no ha numerosi precedenti penali e «nel 2003 veniva con­trollato insieme a Giuseppe Tranchina e Emanuele Ema­nuello, ambedue pregiudicati e arrestati nell’operazione ‘Cobra’ per aver curato nel settore degli appalti pubblici gli interessi del clan Rinzivil­lo ».


Gli affari di «Orchidea»

Ancor più interessante il ruolo del figlio «che fino al 2004 è stato socio della socie­tà Immobiliare Orchidea, con sede a Lonate Pozzo­lo, in provincia di Vare­se. L’azienda è stata sottoposta nel 2006 a sequestro preventi­vo per ordine del tri­bunale di Caltanis­setta per aver messo in atto azioni tese a reperire, anche trami­te minacce, lavoro con il quale coprire i reali interessi come fal­se fatturazioni ad impren­ditori consenzienti o meno, garantendo agli stessi e all’or­ganizzazione mafiosa ingenti guadagni che servivano a fi­nanziare i detenuti e i loro fa­miliari come nel caso di Anto­nio Rinzivillo e della mo­glie ».

Adesso i magistrati dovran­no stabilire come sia possibi­le che la Igc abbia ottenuto la certificazione di idoneità. Pro­prio ieri la commissione par­lamentare Antimafia ha avvia­to le audizioni dei rappresen­tanti istituzionali per verifica­re il rispetto delle procedure. E il presidente Giuseppe Pisa­nu ha sottolineato la necessi­tà di effettuare «verifiche co­stanti su chi ha ottenuto i la­vori perché può accadere che dopo qualche mese l’impresa cambi tutto o in parte la titola­rità e che i titolari che suben­trano non abbiano l’idoneità dei precedenti». La Igc è sem­pre rimasta intestata alle stes­se persone e nonostante que­sto ha potuto lavorare alla ri­costruzione. La revoca dell’au­torizzazione è arrivata soltan­to il 4 ottobre scorso, quando ormai i lavori erano termina­ti. Per questo adesso si sta va­lutando anche l’opportunità di lasciare l’appalto principa­le alla capofila Edimal, che ha consentito l’avvio dei lavori alle imprese collegate ben pri­ma del rilascio dei «nulla osta».

Fiorenza Sarzanini
16 ottobre 2009

Indagini sulla Igc di Gela, che ha ottenuto subappalti per la ricostruzione a Bazzano

Nel cantiere di Bazzano, in Abruzzo, l’impresa Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, ha effettuato lavori di ricostruzione post terremoto. Nelle foto, la fase delle tendopoli
Nel cantiere di Bazzano, in Abruzzo, l’impresa Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, ha effettuato lavori di ricostruzione post terremoto. Nelle foto, la fase delle tendopoli

ROMA — Sono quattro i centri della Dia che avevano segnalato «collegamenti tra la società e personaggi ricon­ducibili alla famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Rinzivil­lo ». Ma questo non ha impe­dito alla Igc, Impresa Genera­le Costruzioni di Gela, di otte­nere lavori per la ricostruzio­ne del dopo terremoto in Abruzzo, nel cantiere di Baz­zano. E adesso un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia consegnato alla procura dell’Aquila denuncia l’infiltrazione delle cosche, sollecitando nuovi accerta­menti per scoprire in che mo­do la ditta sia riuscita ad aggi­rare le norme e ottenere gli in­carichi. Verifiche che sono state estese anche alle altre commesse ottenute dall’im­presa siciliana: la nuova me­tropolitana «M5» di Milano, la Tav tratta Parma-Reggio Emilia e due gallerie dell’auto­strada Catania-Siracusa.

Il subappalto per i muri

Il sistema utilizzato non ap­pare neanche troppo sofistica­to visto che la Igc non ha par­tecipato alla gara principale, preferendo concentrarsi sui subappalti, come spesso acca­de quando le società sono ge­stite da persone che hanno precedenti penali specifici. Capofila per la costruzione delle nuove abitazioni a Baz­zano è la Edimal che si aggiu­dica lavori per 54.817 milioni di euro e affida alle ditte mi­nori opere per 21.754 milio­ni. Il 14 agosto l’azienda chie­de l’autorizzazione per delega­re alla Igc «l’esecuzione di la­vori specializzati di realizza­zione di muri di sostegno» per un totale di 159 mila e 300 euro. Il via libera dal Di­partimento della Protezione civile arriva l’11 settembre, ma nel frattempo la ditta ha già avviato l’attività, come è stato accertato dalla Dia.

«Il 9 settembre scorso, in ottemperanza ai due decreti firmati dal prefetto de L’Aqui­la — si legge nel rapporto tra­smesso ai magistrati — perso­nale procedeva all’’accesso’ presso il cantiere de L’Aquila – area C.a.s.e. (complessi anti­sismici sostenibili ecocompa­tibili) in località Bazzano. Si riscontrava che la ditta Igc, non presente al momento nel cantiere, aveva eseguito lavo­ri in subappalto nel predetto sito». Non solo. «Il controllo sulle maestranze della ditta — scrivono gli investigatori della Dia — faceva emergere che tra gli operai impegnati nei lavori sul cantiere, tredici avevano precedenti di poli­zia ». Esattamente la metà di quanti erano stati assunti.

L’operazione «Cobra»

Nell’elenco consegnato alla procura spiccano due nomi: Gianluca Ferrigno e Emanue­le Lombardo. Il primo, 29 an­ni, originario di Gela, «è il ni­pote di Angelo Bernascono, uomo di fiducia della fami­glia Rinzivillo, arrestato nel­l’ambito dell’operazione «Co­bra » del 2002 e attualmente collaboratore di giustizia. È stato assunto dalla ditta Igc con contratto a tempo inde­terminato e qualifica profes­sionale di assistente edile (ge­ometra) ». L’altro, 26 anni, an­che lui di Gela «è stato inda­gato dal tribunale dei minori di Caltanissetta per l’ipotesi di reato 416 bis. All’epoca dei fatti faceva parte dell’associa­zione mafiosa localmente de­nominata ‘Stidda’ unitamen­te ad altri. È stato assunto con contratto a tempo in­determinato e qualifica di muratore».

Più che i dipendenti, ad attirare l’attenzione della Dia e dunque a far partire l’indagine, sono stati però i curri­culum degli ammini­­stratori della ditta. Sono tre, tutti di Gela, e si so­no divisi il capitale in par­ti pressoché uguali: Ema­nuele Mondello, 50 anni, suo figlio Rocco e suo genero Nunzio Adesini. Il più anzia­no ha numerosi precedenti penali e «nel 2003 veniva con­trollato insieme a Giuseppe Tranchina e Emanuele Ema­nuello, ambedue pregiudicati e arrestati nell’operazione ‘Cobra’ per aver curato nel settore degli appalti pubblici gli interessi del clan Rinzivil­lo ».

Gli affari di «Orchidea»

Ancor più interessante il ruolo del figlio «che fino al 2004 è stato socio della socie­tà Immobiliare Orchidea, con sede a Lonate Pozzo­lo, in provincia di Vare­se. L’azienda è stata sottoposta nel 2006 a sequestro preventi­vo per ordine del tri­bunale di Caltanis­setta per aver messo in atto azioni tese a reperire, anche trami­te minacce, lavoro con il quale coprire i reali interessi come fal­se fatturazioni ad impren­ditori consenzienti o meno, garantendo agli stessi e all’or­ganizzazione mafiosa ingenti guadagni che servivano a fi­nanziare i detenuti e i loro fa­miliari come nel caso di Anto­nio Rinzivillo e della mo­glie ».

Adesso i magistrati dovran­no stabilire come sia possibi­le che la Igc abbia ottenuto la certificazione di idoneità. Pro­prio ieri la commissione par­lamentare Antimafia ha avvia­to le audizioni dei rappresen­tanti istituzionali per verifica­re il rispetto delle procedure. E il presidente Giuseppe Pisa­nu ha sottolineato la necessi­tà di effettuare «verifiche co­stanti su chi ha ottenuto i la­vori perché può accadere che dopo qualche mese l’impresa cambi tutto o in parte la titola­rità e che i titolari che suben­trano non abbiano l’idoneità dei precedenti». La Igc è sem­pre rimasta intestata alle stes­se persone e nonostante que­sto ha potuto lavorare alla ri­costruzione. La revoca dell’au­torizzazione è arrivata soltan­to il 4 ottobre scorso, quando ormai i lavori erano termina­ti. Per questo adesso si sta va­lutando anche l’opportunità di lasciare l’appalto principa­le alla capofila Edimal, che ha consentito l’avvio dei lavori alle imprese collegate ben pri­ma del rilascio dei «nulla osta».

Fiorenza Sarzanini
16 ottobre 2009

Sale bingo e riciclaggio. Così i Casalesi conquistano il Duomo

fonte: http://www.milanocronaca.com

Nel quadrilatero gli interessi dei boss della camorra e dell’imprenditore Grasso. L’intercettazione: “Tutte le cose partono da Milano”

Chi è?
Renato Grasso, 44 anni, detto ‘O presidente, imprenditore napoletano, ricercato per associazione mafiosa
Secondo la Dda di Napoli le aziende legate a Grasso fanno affari con le sale gioco e le slot machines
Tra i clan legati a Grasso la famiglia di Mario Iovine e i superlatitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria. Tutti di Casal di Principe


“Tutte le cose partono da Milano”. Pazienti gli investigatori annotano l’intercettazione e poi dimenticano. Fino a quando, facendosi largo in un enorme risiko societario, arrivano in via Mozart 15, a Milano appunto. Al 14 della stessa strada sorge villa Necchi Campiglio, la più bella della città, opera razionalista dell’architetto Piero Portaluppi, mentre a un centinaio di metri c’è piazza Duomo. A questo punto gli uomini della Guardia di finanza di Napoli capiscono quello che finora nessuno ancora era riuscito a dimostrare: la camorra dei Casalesi si è accomodata sotto la Madonnina e nel salotto buono della capitale morale d’Italia ha iniziato a macinare affari.

Come? Investendo nelle sale Bingo circa cinque milioni di euro in poco meno di un anno. Chi? Renato Grasso, 44enne imprenditore napoletano, oggi latitante per mafia, tanto intraprendente da non subire il potere dei clan, ma utilizzarlo e diventarne organico. Le scommesse sono da sempre la sua vita. Scrivono i magistrati: “Sin dagli albori delle inchieste sul gioco, emerge la figura di Renato Grasso e dei suoi fratelli, tutti lungimiranti nel comprendere le possibilità di guadagno di questo mercato e nell’associarsi con gruppi criminali”. Grasso fa affari un con tutti i clan di camorra, anche se i rapporti privilegiati sono con la famiglia di Mario Iovine, detto Rififi.

Casalesi, dunque. Quelli dei superlatitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria. Quelli che quando escono da Casal di Principe indossano il doppiopetto e diventano invisibili. A Milano più che altrove. E così buona parte del denaro della camorra dai conti di Renato Grasso rifluisce in un castello societario costituito da dieci imprese, che acquistano sale Bingo. Riassumendo: qui al Nord la camorra compra e ripulisce il denaro. Chi lo fa? Non certo il boss latitante, che sta dietro le quinte, ma l’insospettabile e milanesissimo Marco Carravieri, imprenditore di 29 anni. Non un prestanome, ma un fiduciario incaricato di acquistare rami d’azienda, aprire società e intestarle, questa volta sì, a prestanomi. Ma sempre con l’accortezza di ricondurre tutto alla famiglia Grasso, in particolare a Tullio, uno dei tanti fratelli del boss-imprenditore. Carravieri, poi, lavora in sinergia con il napoletano Salvatore Vendemini. Loro, scrivono i magistrati, “sono un duo che opera come un solo soggetto collegato a Renato Grasso, reale dominus delle attività economiche”, mentre “le società sono strutturate in quote tutte riconducibili alle stesse persone”. Ecco l’elenco: Las Vegas, Febe, Dea Bendata, Cuneo Bingo, Mecenate Bingo, Las Vegas Restaurant, Aob di Marco Carravieri, Best Games, Carravieri & Associati e Milan Slot, tutte con sede a Milano.

Negli assetti d’impresa ricorrono sempre gli stessi sette nomi, tra questi anche la madre di Carravieri, Filomena Autieri. Gente che non ha redditi oppure dichiara stipendi da impiegata di call center come nel caso dell’Autieri. La cosa è strana. Scrivono i magistrati: “Emerge come un complesso societario di tal fatta, fra l’altro costituito in un settore di grande ricchezza, sembra non poggiare su solide fondamenta”. Strano, ma comprensibile se si ipotizza che quelle persone siano teste di legno in nome e per conto della mafia.

Mafia in Brianza. Il ritorno del giovane boss

fonte: http://www.milanocronaca.com

Torna libero Salvatore Mancuso. Il boss di Limbadi custodiva un arsenale: kalashnikov e bombe a mano

Chi è?
Salvatore Mancuso, 40 anni, nato a Limbadi in provincia di Vibo Valentia. Da anni trapiantato a Seregno.
Era stato arrestato nel 2006. In un box di Seregno i carabinieri trovarono mitra e bombe a mano. Armi, si disse, destinate alle cosche brianzole
Mancuso è un uomo libero. Ma la Brianza è terra di conquista. Qui due anni fa è stato ammazzato Rocco Cristello, boss emergente. Oggi la corsa al vertice dei clan


Un boss della ‘ndrangheta tornato in libertà troppo in fretta e un’inchiesta che fotografa gli ultimissimi intrecci mafiosi in Brianza. Argomenti su cui oggi lavora la Dda di Milano in collaborazione con la procura di Monza. Tre anni fa in un box di Seregno i carabinieri di Monza trovarono un piccolo rimorchio carico di armi.

Sotto quel telo cerato c’era un po’ di tutto: dai kalashnikov a diverse bombe a mano d’assalto con un potenziale altissimo. Per questo Salvatore Mancuso, nato in Calabria a Limbadi in provincia di Vibo Valentia, classe 1969, fu arrestato su ordine del pm di Monza Salvatore Bellomo. Da lì a pochi mesi, l’inchiesta Sunrise scoperchiò un verminaio mafioso che da anni dettava legge in Brianza. Capitolo chiuso, dunque.

Affatto, perché da poche settimana Salvatore Mancuso, reggente lombardo dell’omonima cosca della ‘ndrangheta è tornato in libertà. Di scendere in Calabria non ci pensa proprio e così ha ripreso possesso della sua abitazione di Giussano. Durante il processo, il presunto boss ha patteggiato la pena e durante le udienze non ha mancato di lanciare esplicite minacce all’ ex procuratore di Monza Antonio Pizzi e al colonnello Giuseppe Spina. Il giovane padrino è tornato. I carabinieri che lo tengono sotto controllo raccontano di una persona che fa una vita normale. Niente eccessi per Mancuso. Evidentemente attende, studia la situazione per poi agire. E la situazione oggi in Brianza non è delle migliori.

A testimoniarlo l’inchiesta Infinity, conclusa tre giorni fa dai carabinieri di Desio. Ecco i fatti: l’inchiesta ha portato in carcere undici persone, mentre altre dodici sono indagate. I carabinieri hanno sequestrato 66 chili di droga tra cocaina e hashish, una raffineria a Paderno Dugnano, cinque pistole, munizioni, 40mila euro falsi e una vera zecca per stampare denaro falso ricavata in un appartamento di Besana. Ma soprattutto l’indagine ha fotografato uno scenario mafioso molto dinamico. Boss e picciotti si danno da fare. Perché con Mancuso ancora in panchina il territorio resta senza capi. In questo caso chi è più sfrontato comanda. Soprattutto dopo la morte di Rocco Cristello, presunto uomo d’onore, che nel 2006, dopo l’arresto di Salvatore, era diventato il collegamento con la cosca Mancuso.

Cristello è stato freddato il 23 marzo 2008 davanti alla sua villetta di Verano Brianza. Erano passate le 23, lui, a bordo di una Fiat 500 bianca, rientrava da una partita di calcetto, quando è stato affiancato da due killer che lo hanno crivellato di colpi. La conta dei morti, però, poteva essere più alta. Secondo i carabinieri, infatti, nel mirino del commando c’erano anche i familiari di Cristello che però quella stessa notte sono fuggiti nelle campagne vicine rifugiandosi in un casolare abbandonato. Durante i funerali di Cristello, la figlia del boss, spalleggiata da diversi capibastone saliti direttamente dalla Calabria, giurò pubblicamente vendetta.

In attesa di altri fatti di sangue, l’inchiesta Infinity ha riannodato i legami tra uno degli arrestati e lo stesso Rocco Cristello. In carcere, infatti, è finito Saverio Lo Mastro, imprenditore originario di Vibo Valentia. I due furono coinvolti nel fallimento della Multisala di Muggiò, gestita dalla società Tornado Gest, una srl ritenuta dagli investigatori la lavanderia della ‘ndrangehta. Lo Mastro, dunque, avrebbe raccolto l’eredità di Cristello dandosi da fare soprattutto sul fronte delle estorsioni. Non a caso, l’indagine dei carabinieri di Desio è partita da un Tir bruciato a Muggiò. Secondo il pm Bellomo si tratterebbe di una ritorsione, ordinata da Lo Mastro, per il mancato pagamento del pizzo. Lo Mastro ordinava, mentre Pasquale Sorbara e Giosuè D’Ambrosio agivano. Il fronte della droga, invece, era tenuto in piedi da Bruno Romeo, originario della Locride.
Ma è sugli intrecci societari riconducibili a Lo Mastro che ora si concentrano gli accertamenti. Lo Mastro, infatti, oltre a essere titolare della Tornado Gest risulta avere partecipazioni in altre società. Tra queste la Hippon Srl con sede a Cusano Milanino e oggetto sociale la fabbricazione di materie plastiche. Tra i soci compare anche un parente di Lo Mastro. Ancora più interessante la Residence Pusiano srl con sede a Bovisio Masciago, attualmente inattiva. Mentre tra i soci compare proprio il boss ucciso, Rocco Cristello. (dm)

Da San Luca a Milano: gli affari di Antonio Pelle

Fonte: http://www.milanocronaca.com

A Buccinasco un summit di mafia e con i fratelli Papalia e Giuseppe Morabito

Chi è?
Antonio Pelle, detto Gambazza viene catturato all’osperdale di Polistena dopo 9 anni di latitanza.
Ma gli affari di ‘Ntoni Gambazza arrivano fino a Milano. Ecco cosa accade il primo febbraio del 1988 a Buccinasco.

La sua terra è San Luca, eppure a partire dagli anni Ottanta, Antonio Pelle sceglie il nord Italia per tessere i propri affari. E’ il periodo dei sequestri di persona. Lui gestisce una batteria di affiliati che agiscono tra Torino e Milano. Il 18 gennaio 1988 a Pavia viene rapito Cesare Casella e solo un anno prima a Torino scompare Marco Fiora, un bimbo di sette anni. Gli investigatori indagano su Pelle ma anche sui platioti che vivono a Milano. A testimonianza di quanto il capoluogo lombardo sia luogo strategico per Gambazza, il primo febbraio 1988 ai tavolini di un bar di Buccinasco va in scena uno storico summit di mafia. Protagonisti oltre a Pelle, Antonio Papalia, il referente della ‘ndrangheta per il nord Italia e Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu, capo bastone delle cosche di Africo.
Ecco cosa succede quel mattino di 21 anni fa: attorno alle undici Antonio Papalia esce dalla sua villa bunker di via Fratelli Rosselli e va al bar Lyons di Buccinasco. Contemporaneamente Giuseppe Morabito esce dall’hotel Siena, in zona Città Studi. Niente coppola o giaccone usato, il capo assoluto della ‘ndrangheta di Africo non deve fuggire come nel 2004, ma andare a un appuntamento d’affari. Come lui, anche Antonio Pelle, detto gambazza. Classe ’32, nato a San Luca, nel 1988 Pelle non è ancora latitante. Lo diventerà più avanti. Un capo, invece, lo è da sempre. Indiscusso, anche. Lui è il re nero delle cosche di San Luca, le più potenti di tutta la ‘ndrangheta. Gambazza arriva da Torino, dove è andato a trovare un nipote. La città dove viene rapito Marco Fiora. Morabito e Pelle, pur giungendo da luoghi diversi, hanno una destinazione comune: il bar Lyons di Buccinasco. In quella stessa mattina, anche l’ispettore Carmine Gallo ha una meta precisa: il bar Lyons di Buccinasco. L’ispettore, però, nemmeno immagina quello che da lì a poco andrà a filmare. Lui in via dei Mille ci va perché sta seguendo l’indagine sul sequestro Casella.

In quella straordinaria giornata a Buccinasco arrivano anche i Ros per un traffico di droga che coinvolge Antonio Papalia in contatto con un fornitore turco. Da alcune intercettazioni, i militari hanno tratto una quasi certezza: quel primo febbraio la moglie del turco, soprannominato Manolo, tale Amneris Campostrini si recherà al Lyons per ritirare 340 milioni in contanti, evidentemente il pagamento per una partita di eroina. Poco dopo mezzogiorno, la berlina scura di Morabito svolta in via dei Mille, supera un benzinaio e si ferma di fronte al bar. Quasi contemporaneamente dalla parte opposta sbuca la mercedes di Rocco Papalia. Il boss in doppiopetto scende. Con lui c’è anche Antonio Pelle. Ecco il racconto del teste Zanini: “Quando è arrivato Giuseppe Morabito tutti sono andati a salutarlo. Anzi, una persona gli ha anche baciato la mano. Io ero lì che filmavo e fotografavo, ho visto che quando Morabito è arrivato tutti si sono avvicinati e l’hanno salutato, han fatto l’inchino”.

Ancora più sorpreso Carmine Gallo. Lui quei boss in giacca e cravatta li conosce tutti. Conosce il loro passato. Sa cosa fanno e quanto siano potenti. Col tempo ha mandato a memoria volti, espressioni, smorfie. Racconta: “Non si era mai verificata una cosa del genere, un summit storico. Abbiamo visto i 3 personaggi principali delle tre maggiori organizzazioni criminali operanti in Calabria e in Lombardia, credo che sia una cosa che mai più si è verificata. L’incontro tra Antonio Papalia, che era il referente della ‘ndrangheta in Lombardia, con Giuseppe Morabito che era il capo indiscusso delle cosche di Africo e Antonio Pelle, capo assoluto delle cosche di San Luca, penso che sia una cosa investigativamente ai massimi livelli. Noi stavamo indagando per i sequestri di Marco Fiora e Cesare Casella. Quest’ultimo verificatosi a Pavia e nel quale erano coinvolti alcuni personaggi vicini sia ai Papalia e sia ai Pelle”. Cosa succede in quei minuti che hanno fatto la storia della ‘ndrangheta a Milano? Mentre i tre capi chiacchierano fuori dal bar, arriva la moglie del turco. La donna entra nel locale per uscirvi poco dopo con una scatola di scarpe in mano: i 340 milioni dell’eroina. Di più: il denaro prima viene consegnato da Morabito a Papalia che poi lo dà alla moglie del trafficante. Un particolare? Non per il giudice Lodovici per il quale questo passaggio indica il profondo legame tra le cosche di Platì e di Africo che operano a Milano. (dm)

Case popolari, il racket si allarga al Giambellino

fonte: http://www.milanocronaca.com

Nuovo video dell’associaizone Sos racket e usura. La testimonianza di un abitante di via Vespri Siciliani

La denuncia

In un video realizzato dall’associazione Sos racket e usura Giovanna Pesco, 57 anni, soprannominata la Gabetti, contratta la vendita di un appartamento da occupare abusivamente
La donna, che fa parte della famiglia di origini siciliane Pesco-Priolo-Cardinale, illustra tutto il business del racket di Niguarda. Per un appartamento da occupare si chiedono dai 1.500 ai 3 mila euro
Il capostipite della famiglia, Francesco Pesco (deceduto), era sospettato di avere legami con la mafia palermitana

Un’altra pagina, un altro video sul racket delle case popolari a Milano. Dopo il caso di Niguarda con la signora Gabetti di via Padre Luigi Monti, l’associaizone Sos racket e usura ha realizzato un nuovo video sulla situazione delle occupazioni abusive. Un filmato che risponde alle affermazioni del vicesindaco Riccardo De Corato che in una conferenza stampa aveva contestato i dati dell’associazione e parlato di “balle e falsità destituite di ogni fondamento”. “In questo video – spiega il presidente dell’associazione Frediano Manzi, che nei giorni scorsi è stato pubblicamente minacciato dagli affittacase di Niguarda (la famiglia Pesco-Priolo-Cardinale) - è stata raccolta la testimonianza drammatica di una donna anziana che vive a Milano nel ghetto di Via Vespri Siciliani, 71″.

Nei prossimi giorni sul sito dell’associazione Sos racket e usura, saranno pubblicati altri video nei quartieri popolari di Milano, “portando così all’identificazione certa che, in almeno cinque zone di Milano (ma sono molte di più…), esistono organizzazioni criminali che da anni controllano sia l’assegnazione delle case popolari agli abusivi che lo spaccio di sostanze stupefacenti“.Per l’associazione, ora servono risposte “da tutta quella classe politica Milanese che negli ultimi vent’anni ha permesso e tollerato che tutto ciò accadesse negli appartamenti di proprietà della pubblica amministrazione.
Sono stati creati dei ghetti, delle zone franche, delle terre di nessuno, senza mai intervenire”. “I quartieri che abbiamo girato a Milano – prosegue Manzi  - sono immersi nel degrado, nell’abbandono, nell’incuria e nella mala gestione dovuta all’assenza delle Istituzioni. Le uniche “istituzioni” che abbiamo incontrato erano gli uomini e le donne dei “clan”, quelli che dettano le regole ed impongono la “legge”. Sono gli uomini e le donne dell’Antistato. Non eravamo a Milano quando parlavamo con le persone ma eravamo a Scampia, al Brancaccio, allo Zen”.

E l’associazione ha raccolto le voci dei residenti, spesso anziani: “Ci hanno raccontato il loro terrore, di non poter andare in ospedale, in ferie, per paura che gli occupassero la casa. Ci hanno chiesto perché i loro nipotini non possono giocare nei cortili come tutti i bambini dei quartieri ricchi di Milano, perché nei loro si spaccia davanti a tutti”.

Gli affari d’oro dei Farao-Marincola. E i regali agli amici delle banche

fonte: http://www.milanocronaca.com

Usura e racket per strappare negozi e imprese. Così si muovevano gli uomini della cosca. E con loro la complicità degli istituti di credito

Chi è?

Vincenzo Rispoli, 42 anni era il capo lombardo della ‘ndrina crotonese Farao-Marincola
Imprenditore attivo nel commercio ortofrutticolo è stato arrestato su mandato della Dda di Milano
I suoi uomini nelle intercettazioni vantavano contatti con alcuni funzionari di banca. E anche con agenti delle forze dell’ordine

Notizie bancarie riservate su privati risparmiatori per scegliere i più solvibili, quelli con i conti più corposi e altri che versano in condizioni economiche critiche. Obiettivo: da un lato estorcere quanto più denaro possibile e dall’altro iniziare una manovra di accerchiamento che attraverso l’usura permette di impadronirsi delle stesse attività commerciali. Agiva così la ‘Ndrangheta che da sempre comanda nel Varesotto tra Legnano e Lonate Pozzolo. E lo faceva grazie all’attiva complicità di funzionari di banca, quelli,

per intenderci, cui si va a chiedere il mutuo, o un prestito, insomma del denaro e che spesso ti chiudono le porte in faccia. Bene, gli stessi facevano affari con la mafia calabrese. Sta scritto nero su bianco nelle carte della procura di Milano.

L’inchiesta ha messo fine, per ora, al distaccamento lombardo della cosca crotonese Farao-Marincola che aveva nel 42enne Vincenzo Rispoli il capo supremo. Uno che qui al Nord “è una potenza” e quando “schiocca le dita si muovono duemila persone”: semplici picciotti, ma anche impiegati di istituti di credito e uomini delle forze dell’ordine, tutti a busta paga del boss, tanto da permettere al clan il controllo assoluto sulla zona carico-scarico dell’aeroporto intercontinentale di Malpensa. Parola, d’onore, di Fabio Zocchi, battezzato ”mafioso” da uno dei luogotenenti del capo.
Dopo gli arresti degli uomini della cosca, ora l’inchiesta della procura di Milano prosegue nell’accertare le reali responsabilità degli istituti di credito. Il sostituto procuratore Mario Venditti di Milano così segnala “un rapporto privilegiato con le banche”, descrivendo una vera e propria attività di insider trading mafioso. Cosa capita? Le notizie riservate vengono spifferate in cambio di banali regalie come cesti natalizi, orologi, vestiti. “Gli faccio vedere l’orologio, che glielo avevo promesso, che cazzo me ne frega, a me basta che mi fa i favori”, dice Zocchi a Nicodemo Filippelli, detto il cinese, braccio destro di Rispoli. Zocchi parla di un funzionario di banca. A questo punto l’impiegato di turno fornisce le informazioni. Dice Salvatore Pagliarulo, funzionario della Banca di Legnano: “E’ affidato gestore unico. Aspetta, vediamo… Tienitela per te l’informazione, ha ottantamila euro di fido di cassa e centomila euro di anticipo”.

Raccolta la notizia si procede nell’attività estorsiva. Sulla loro agendina, oltre alla Banca di Legnano, i luogotenenti di Rispoli annotano anche Banca Intesa-San Paolo filiale di Lonate Pozzolo e la Banca Popolare di Intra sempre a Lonate. In altri casi, poi, i funzionari di banca conniventi con il clan prendono informazioni su clienti che hanno conti correnti in altri istituti di credito. E’ il caso di Mario Fornaro, impiegato della Banca di Legnano che, scrive il pm, “riferisce a Zocchi quanto è riuscito ad apprendere dal collega dell’altra banca sul conto da lui richiesto”. Dice Fornaro: “Senti li ho sentiti mi hanno detto che attualmente se gli porti gli assegni lui li manda all’incasso”.
La ‘ndrangheta vanta anche conoscenze con alcuni direttori di filiale. Gli stessi che non si fanno scrupoli nell’elargire consigli ai mafiosi nella movimentazione dei conti correnti per evitare i controlli della magistratura. Ne parla Nicodemo Filippelli al telefono. Scrive il pm: “Filippelli dice che dei direttori di banca con i quali è in buoni rapporti, gli hanno detto che ogni due anni è meglio cambiare i conti correnti per evitare i controlli. E infatti lui sta facendo così e se non vanno con il controllo proprio sullo specifico, non troveranno nulla. Nicodemo afferma che lui sul vecchio conto ha passato 10.000.000 in assegni”. Grazie, poi, alla compiacenza di questi solerti funzionari, gli uomini della ‘ndrangheta sono in grado di riciclare il denaro “accendendo mutui o finanziamenti a favore di ditte o persone a loro riconducibili o che comunque gravitano nella loro sfera d’interesse”. Annotazioni precise quelle del pm Venditti.
C’è di più: in questi istituti di credito, i boss possono incassare gli assegni frutto di usura, nonostante non abbiano un conto personale. Come? Lo racconta lo stesso Zocchi: Le banche hanno i cosiddetti conti diversi e tu praticamente negozi l’assegno. Loro ti prendono i dati poi ti dicono di venire dopo dieci giorni per ritirare i contanti”. Dopodiché, fuori dalle banche, l’attività estorsiva segue i canali classici delle minacce. “Ti ammazzo come un cane, poi vado da tuo padre, lo prendo e lo cucino”. E ancora: “Te lo dico: non sono i soldi che mi cambiano la vita: 10.000 euro in più o in meno, però la soddisfazione di strapparti un braccio”. I nastri delle intercettazioni telefoniche sono pieni di queste telefonate, tutte annotate sotto la voce estorsione. Solo uno dei tanti “rami d’azienda” messi in piedi dal clan di don Vincenzo Rispoli. (dm)

Rubati auto e computer a Salvatore Borsellino

fonte: http://www.antimafiaduemila.com

6 ottobre 2009
Ieri sera nei parcheggi degli studi della Rai di Milano è stata rubata l’automobile a Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino.

Dentro l’auto si trovavano anche il suo computer e vari effetti personali. Salvatore stava uscendo dagli studi della Rai dopo aver partecipato alla trasmissione sull’Agenda Rossa di RaiNews24.
Questa mattina si è presentato alla caserma dei carabinieri per sporgere regolare denuncia. Si tratta di un furto decisamente mirato e alquanto anomalo, avvenuto in una via centrale di Milano a ridosso di una trasmissione dedicata a uno dei misteri più inquietanti della nostra storia.
Un tema “scomodo” che evidenzia come molto spesso Cosa Nostra sia stata solamente il braccio esecutivo di un sistema di potere molto più alto e “istituzionale”.
Un sistema capace delle peggiori efferatezze, così come di lanciare segnali attraverso il furto di un’automobile.
Sul profilo di Salvatore Borsellino su Facebook spicca una frase scritta da lui questa notte: “Adesso avrò qualche difficoltà in più a spostarmi per i miei incontri, ma non preoccupatevi, verrò anche a piedi…”.

A fronte della determinazione di Salvatore a continuare questa battaglia per avere giustizia e verità sulla strage di via d’Amelio l’abbraccio e il totale sostegno di tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila


Il comitato antimafia: “Il Comune non applica i protocolli per la legalità”

fonte: http://www.milanocronaca.com

Nato dalle ceneri della Commissione comunale antimafia, il Comitato (per ora composto solo da membri dell’opposizione) ha mosso i primi passi. E si scopre che in Procura sono arrivate le prime denunce

Cos’è?

Il Comitato di iniziativa e vigilanza sulla correttezza degli atti amministrativi e sui fenomeni di infiltrazione di stampo mafioso, è nato lo scorso luglio sulle ceneri della neonata e subito affondata commissione comunale antimafia
Il modello è la commissione del 1992 presieduta dall’allora consigliere Carlo Smuraglia. Oggi il comitato, aperto a tutti i consiglieri, è composto solo da membri d’opposizione alla giunta Moratti
Il programma dei lavori prevede anche audizioni con magistrati, giudici e forze dell’ordine. La Procura, seppure in via informale, avrebbe già offerto la propria disponibilità
In agenda anche la questione dei beni confiscati e lasciati in stato di abbandono dal Comune. L’elenco completo dei beni non è ancora stato fornito dall’assessore Mariolina Moioli ai membri della commissione. Il motivo? L’assessore non lo ha ancora spiegato
28 settembre - La questione è complicata. Perché questo non è il resoconto dei lavori della commissione antimafia di Palazzo Marino, ma solo quello del comitato antimafia sorto per volere dell’opposizione dopo che la Moratti e il prefetto avevano chiuso la porta al neonato gruppo di lavoro. Così i consiglieri comunali di

centrosinistra si sono trovati loro malgrado a far da soli, a muoversi insomma sulla falsa riga della famosa commissione antimafia del ‘92 tra magistrati, poliziotti, carabinieri e funzionari pubblici. I lavori, iniziati a luglio, per la verità sono solo al primo passo. Un passo fatto nelle stanze del Comune insieme ai funzionari del settore urbanistica e appalti. Così, partendo da zero, i consiglieri comunali hanno iniziato a chiedere conto di gare d’appalto, forniture pubbliche, project financing. E senza neppure faticare si sono accorti che qualche problemino (se non altro con le applicazioni delle leggi in materia d’antimafia) c’è.

Il primo riguarda il patto sulla sicurezza e la regolarità dei rapporti di lavoro sottoscritto (in pompa magna) lo scorso dicembre dal sindaco Letizia Moratti, dal prefetto Gian Valerio Lombardi, dal mondo dell’imprenditoria e dai sindacati. Un patto che – per la prima volta – prevedeva controlli severi (paragonabili a quelli per gli appalti pubblici) anche per le aziende private che lavoravano in appalti “privati” ma per conto del Comune. Come avviene, ad esempio, nella giungla del project financing con il quale si costruiscono i parcheggi e le metropolitante. Con soldi pubblici e senza il controllo pubblico. Ecco, il nuovo accordo prevedeva che anche le imprese private dovessero pretendere certificazioni antimfia con libero accesso alle informative interdittive della Prefettura (su mandato della Dia) per le imprese subappaltatrici. Invece, come hanno denunciato i consiglieri d’opposizione, Palazzo Marino quel patto non lo ha mai applicato. ’Di fronte alla presenza imponente delle organizzazioni criminali nel nostro territorio – ha attaccato Pierfrancesco Majorino (Pd) – le istituzioni non mostrano un impegno altrettanto imponente nel contrastarla. E il sindaco Moratti preferisce voltare la testa dall’altra parte”.
Dopo due mesi di indagine negli uffici comunali i consiglieri guidati da David Gentili (Pd) hanno evidenziato diversi punti oscuri. Oltre alla mancata applicazione del patto per la legalità nei cantieri, il comitato antimafia ha denunciato che il casellario informatico cui le stazioni appaltanti inviano tutte le irregolarità riscontrate nell’esame delle autocertificazioni delle imprese non sarebbe collegato nè con il database della Camera di Commercio nè con quello della Prefettura. Inoltre mancherebbe un coordinamento tra le varie direzioni del Comune per una gestione unitaria dei controlli delle imprese.
Si è parlato però anche dell’attività quotidiana che tanti “bravi funzionari” comunali mettono in atto per evitare i numerosissimi tentativi d’infiltrazione mafiosa. Lo scorso anno sono state quasi una ventina le segnalazioni (denunce) partite dai funzionari di Palazzo Marino e arrivate in Procura per “evidenti irregolarità e reati” nella gestione degli appalti. Quest’anno la cifra ha già superato quota 13. Da notare che si tratta di passaggi che l’amministrazione mette in atto solo in presenza di irregolarità gravissime, una sorta di punta di un immenso iceberg del mondo appalti. Quali siano queste imprese “a forte rischio”, però i milanesi non lo hanno ancora saputo.
I dati non vengono forniti dall’Amministrazione Moratti. E neppure la Prefettura, che pure avrebbe buon gioco a dimostrare come è possibile estromettere gli imprenditori mafiosi, ha ancora fornito i dati delle aziende escluse Perchè in fondo, come ha ripetuto il sindaco Moratti in questi mesi, a Milano la mafia non esiste: “Milano non è quella cosa lì”. Tutti d’accordo, insomma. (cg)